Miniere di Cobalto e baby-minatori.

Un articolo pubblicato da Radio popolare pone l’accento sulle condizioni di lavoro nelle miniere di Cobalto del Congo:

“Passo praticamente 24 ore nei tunnel. Arrivo presto la mattina e vado via la mattina dopo. Riposo dentro i tunnel. La mia madre adottiva voleva mandarmi a scuola, mio padre adottivo invece ha deciso di mandarmi nelle miniere di cobalto”. È la testimonianza di Paul, 14 anni, uno degli 87 minatori o ex minatori incontrati da Amnesty International nella Repubblica democratica del Congo. Paul, raccontano gli inviati di Amnesty, ha iniziato a lavorare nella miniera a 12 anni e ha già i polmoni a pezzi.

Sempre nell’articolo si riporta il dato che l’Unicef indica sullo sfruttamento dei bambini nelle miniere: “Solo nell’ultimo anno sono morti nel Sud del Congo ottanta bambini minatori, questo mentre le aziende produttrici di apparecchi elettronici fanno profitti stimati in 125 miliardi di dollari annui e non riescono a dire dove e in che condizioni di lavoro si procurano le materie prime”.

Le famiglie Congolesi si trovano in condizioni economiche difficili, la miniera è l’unica alternativa per pagare l’essenziale (scuola (neanche sempre) e cibo). Alcuni bambini vanno a scuola la mattina e aiutano i genitori in miniera nel pomeriggio.

Il rapporto di Amnesty This is what we die for (Ecco per che cosa moriamo) ricostruisce il percorso del cobalto estratto nel Congo.

Amnesty International ha contattato 16 multinazionali che risultano clienti delle tre aziende asiatiche che producono batterie utilizzando il cobalto:

“Delle 16 aziende interpellate da noi di Amnesty International, una ha ammesso la relazione, quattro hanno risposto che non lo sapevano, cinque hanno negato di usare cobalto della Huayou Cobalt (la multinazionale principale fornitrice del minerale estratto in Congo), due hanno respinto ogni evidenza di rifornirsi di cobalto della Repubblica Democratica del Congo e le altre hanno promesso indagini”.

In seguito alla pubblicazione dell’articolo, il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury, ha inviato a Radio Popolare un significativo messaggio:

“…Quella di ottenere un comportamento etico e trasparente delle multinazionali circa l’uso delle materie prime è una sfida difficilissima. Ma un primo passo è stato fatto: le aziende menzionate nel rapporto di Amnesty International non potranno più dire ‘non sapevamo’. Molte di loro hanno promesso approfondimenti e indagini e le marcheremo strettamente. Premeremo anche perché la filiera del cobalto sia finalmente regolamentata. Grazie anche al post pubblicato sul sito di Radio Popolare sappiamo ora che migliaia di persone chiedono prodotti etici, anche nel campo dell’elettronica. La speranza è che il mercato si sviluppi ulteriormente in questa direzione”.

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Leggi l’articolo integrale

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Una visita a Montevecchio può far capire come queste moderne situazioni non siano molto diverse da quelle dei minatori locali dei secoli scorsi e che, nonostante il tempo passato, vi sono alcune miniere che utilizzano ancora tecniche estrattive e prassi ben lontane da qualsiasi condizione di sicurezza e molto deve essere fatto anche dal punto di vista dei diritti dei lavoratori (e dei minori in particolare).

 

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